Cinque stelle di razza

raggi_dimaiodi Annamaria Rivera –

Al contrario di ciò che crede chi si appresta a salire sul carro dei vincitori, non sono pochi coloro – uomini e donne, compresa chi scrive – i quali nel corso del tempo si sono misurati con l’analisi critica del Movimento 5 Stelle, spesso andando al di là delle generiche categorie di populismo o qualunquismo. Si pensi al contributo dei Wu Ming, solo per fare un esempio tra i più brillanti, i quali, a proposito del discorso grillino hanno scritto della presenza di «elementi di criptofascismo».

D’altronde, dirsi «né di destra, né di sinistra», come tuttora fa il M5S – salvo poi sedersi, all’ultimo momento, nei banchi di sinistra nel Consiglio comunale a Roma -, non è premessa che possa far sperare in un’evoluzione nel senso di una sinistra rivoluzionaria o «di classe», oppure solo coerentemente antiliberista e antirazzista.

Sebbene sia evidente che il M5S è permeato anche di cultura destrorsa, da certe parti della sinistra «alternativa» v’è chi si schiera apertamente in suo favore o esprime una certa condiscendenza, fino a proporre una «politica delle alleanze» che lo comprenda. Sappiamo bene che la sinistra politica – non parlo di associazioni e movimenti – non ha mai attribuito un ruolo davvero strategico alla battaglia contro discriminazione, razzismo ed Europa-fortezza. E persevera su questa linea anche dopo che la vittoria della Brexit e la grave crisi dell’Ue mostrano quanto cruciale essa sia e quanto dilagante la contro-reazione costituita da pulsioni sovraniste, nazionaliste, populiste, di estrema destra.

Dopo il successo elettorale pentastellato, è come se fosse stato rimosso il fatto che il discorso razzista sia una delle componenti costanti, se non fondative, dell’ideologia e della strategia grilline. Secondo alcuni, esso sarebbe circoscritto allo stesso Grillo e a pochi suoi fedelissimi, mentre tutti gli altri lo avrebbero, nei fatti, sconfessato o superato. Eppure non si contano gli enunciati razzistoidi o apertamente razzisti fra i seguaci del M5S, ma anche fra i suoi leader più in vista. Si pensi a Luigi Di Maio, il quale non fa che rivendicare più severità, espulsioni, controlli nei paesi di partenza, arrivando ad affermare, come un qualsiasi leghista, che «su quei barconi» viaggiano persone affette dall’Ebola e affiliate all’Isis. Per non dire di Alessandro Di Battista che non perde occasione per tuonare contro i «clandestini», né ci risparmia il frusto «aiutiamoli a casa loro».
Hanno avuto un ottimo maestro, non c’è che dire. A costo di risultare ripetitiva e pedante, ricordo alcune tappe della lunga e sistematica propaganda razzista – grossolana al pari di quella leghista – che Grillo ha profuso nel corso degli anni. A febbraio del 2006, riportava nel suo blog un ampio passo dal Mein Kampf contro «i giullari del parlamentarismo», corredato da un ritratto del Führer con tanto di svastica.

Nello stesso anno, nel corso di uno show, consigliava ai carabinieri «come dare una ‘passatina’ a un marocchino» senza rischiare. Nell’agosto successivo, accusava di demagogia il ministro Paolo Ferrero, per alcune affermazioni di buon senso a proposito d’immigrazione. Non è vero – obiettava – che gli immigrati svolgono lavori rifiutati dagli italiani; se tutti «i ragazzi» in cerca di lavoro emigrassero verso l’Italia, «quanti Cpt sarebbero necessari per ospitarli? La casa del ministro è abbastanza capiente?». Con ciò riproponendo il tipico «Se ti piacciono tanto gli immigrati, portateli a casa tua», reinterpretato secondo l’assurda credenza che i lager di Stato siano dimore degne di quella di un ministro. A ottobre del 2007 tuonava contro la «bomba a tempo» dei rom romeni, dei quali proponeva d’interdire la libera circolazione nell’Unione europea, onde arginare la violazione dei «sacri confini della Patria». Nel 2012, mentre si raccoglievano le firme in calce a due leggi d’iniziativa popolare per il diritto di voto e la riforma della cittadinanza, Grillo si schierava contro in modo netto, avversando perfino la proposta di conferire la nazionalità italiana almeno ai minori nati e socializzati in Italia, «sebbene» figli di stranieri. A gennaio del 2013 il meta-comico apriva le braccia a CasaPound e in tale occasione affermava che l’antifascismo «non è un problema che mi compete». A maggio dello stesso anno, in un post pubblicato il giorno stesso del suo tour elettorale in provincia di Treviso, roccaforte leghista, straparlava di «centinaia o forse migliaia di Kabobo d’Italia».

Cinque mesi dopo, lui e Casaleggio (padre) sconfessavano i «loro» senatori Buccarella e Cioffi, presentatori d’un emendamento per l’abrogazione del reato d’ingresso e soggiorno clandestini, approvato dalla Commissione Giustizia. Se fosse stato presentato durante le elezioni politiche – scrivevano i due – «il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico»: il che sintetizza perfettamente l’opportunismo e la conseguente tendenza – strutturale, si potrebbe dire – a titillare il ventre della «gente comune», sfruttandone l’intolleranza e il rancore a fini elettorali e di potere.

In quello stesso ottobre, mescolando a casaccio Ebola, Isis, migranti e «clandestini», Grillo ribadiva il suo programma sull’immigrazione: così rozzamente proibizionista, repressivo, giustizialista che Francesco Storace, in un tweet, avrebbe commentato che «Grillo sta saccheggiando tutte le proposte de La Destra».

A maggio del 2014 elogiava il senso dell’humour e dell’ironia di Nigel Farage, il leader del partito britannico Ukip, escludendo categoricamente che potesse essere definito razzista. Cinque mesi dopo, di nuovo straparlava di Ebola, Isis e «clandestini», questa volta aggiungendo la tubercolosi. Ad aprile del 2015, in un post dal titolo «Cos’è un migrante», sdegnato per la proposta d’istituire una Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione, stigmatizzava «il politically correct con la sua untuosità», i «buonisti», il «mito dell’accoglienza» e così via: forse ignaro, il meta-comico, d’aver proposto una parodia del lessico razzista. E così audace da avventurarsi sul terreno della sociologia delle migrazioni: «Non esistono migranti, ma solo rifugiati politici o clandestini da respingere». Infine, a maggio di quest’anno, nel corso di una pièce teatrale, pronunciava l’infame battuta contro il nuovo sindaco di Londra, Sadiq Kahn, di fede musulmana: «Voglio vedere quando poi si fa saltare in aria a Westminster».

Questo repertorio, sia pur parziale, degli enunciati grillini (ma, ripeto, condivisi da una buona parte del mondo pentastellato) configura, perfino nel lessico, un discorso coerentemente razzista, sebbene non strutturato, grezzo, modellato sulla chiacchiera ordinaria.

Che una parte della sinistra «alternativa» non sappia riconoscerlo come tale; o che, pur riuscendoci, lo reputi aspetto irrilevante dell’identità e della politica pentastellate; o, ancora, che lo pensi come trascurabile rispetto a una «politica delle alleanze»: tutto questo è indizio d’una deriva che ha a che fare non solo con l’abbandono del sociale (non oso dire della «lotta di classe»); ma anche con la rimozione dell’ombra del cattivo passato europeo, nonché delle azioni, principi, valori che un tempo permisero di trascenderla.

dal Manifesto del 7.7.2016

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