20.000 albanesi sbarcano a Bari. 26 anni fa il grande esodo

albanesidi Camilla Gaggero –

Migliaia di albanesi sperano in un futuro migliore in Italia.

L’8 agosto 1991 sembrava una giornata come tante altre, eppure era destinata ad entrare nella storia. Quella mattina infatti giunse nel porto di Bari la nave mercantile “Vlora”, stipata fino all’inverosimile di uomini, donne e bambini albanesi. Erano oltre ventimila: il più grande sbarco di migranti mai giunto in Italia con un un’unica nave. Non esisteva un centimetro di nave libero, ovunque c’era gente ammassata, schiacciata l’una contro l’altra: anche il fumaiolo e il torrino del radar erano stracolmi.

Nessuno di loro aveva portato qualcosa da mangiare o da bere per il viaggio, perché nessuno di loro si sarebbe aspettato di partire. La mattina precedente la “Vlora” stava scaricando a Durazzolo zucchero importato da Cuba, quando i cancelli di recinzione del porto vennero abbattuti. Migliaia di albanesi colsero l’opportunità per fuggire: si arrampicavano sulla nave come potevano, usando cime, corde, gru. Non importava se il motore era in avaria e le condizioni tecniche non erano idonee alla navigazione: bisognava salire, bisognava andare in Italia. L’Italia era la libertà.

Dopo sette ore la nave arrivò finalmente a Bari, dopo essere stata respinta dalla capitaneria di Brindisi. Nel capoluogo pugliese avrebbero voluto fare lo stesso, costringendo la “Vlora” a tornare in Albania, ma il comandante Halim Milaqi non accettò. A bordo c’erano bambini, donne e anziani che rischiavano la vita, nonché un ferito morente. Era impossibile tornare indietro. Il comandante forzò il blocco navale posto dalla fregata Euro della marina militare ed entrò nel bacino portuale.
Molti non aspettarono che la nave attraccasse, si gettarono in mare, con il rischio di farsi male e di colpire altre persone. Si affollarono sulla banchina, troppo piccola per ospitarli tutti.

Perché tanti albanesi scappavano dal loro paese?
Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, in Albania giravano diverse voci sulla possibilità di poter lasciare il Paese: un sogno per molti che non avevano mai oltrepassato il confine. Durante la dittatura comunista di Enver Hoxa era vietato possedere il passaporto; se si cercava di espatriare si era arrestati; se qualcuno riusciva a scappare, a pagarne le conseguenze era la sua famiglia. Finalmente si poteva conoscere il mondo, conoscere una realtà diversa, in cui era possibile possedere una casa senza che fosse intestata allo Stato, l’unico che poteva avere delle proprietà. Case, terreni agricoli, fattorie, allevamenti, negozi: tutto era proprietà dello Stato.

Chi lavorava in un’industria era costantemente sorvegliato da delle guardie che dovevano controllare che non venisse rubato nulla. Se qualcuno veniva scoperto mentre sottraeva un po’ di tabacco per una sigaretta o un pezzo di carne per i figli, finiva in prigione. Le guardie non erano però gli unici a controllare: anche i colleghi facevano la spia su chi cercava di rubare qualcosa. Era sufficiente una segnalazione, anche senza prove, per essere arrestati.

Emigrare significava andare in un Paese in cui esistevano i supermercati e dove era possibile comprare ciò che si voleva, senza aspettare la scarsa razione di cibo concessa dal governo. Lasciare l’Albania era lasciarsi alle spalle anni passati nella povertà, in cui per comprarsi con i propri soldi il frigorifero, la lavatrice o qualsiasi elettrodomestico bisognava aspettare l’autorizzazione statale. L’Italia invece era tutto un altro mondo, non c’era nessuna dittatura, dalla televisione (guardata di nascosto con le tende chiuse) appariva come un Paese ricco e prospero. L’Italia rappresentava tutto quello che mancava in Albania: era la libertà, era l’America a portata di mano.

Nessun gesto di umanità da parte delle istituzioni italiane
A marzo del 1991 partirono i primi albanesi, diretti a Brindisi e subito rimpatriati. Ma non si scoraggiarono e ritentarono nell’agosto dello stesso anno, con il numero impressionante di oltre 20 mila persone. Il sogno italiano era troppo bello per essere abbandonato, sebbene le nostre istituzioni si mostrarono il più crudele possibile. La linea del governo fu subito chiara: respingimenti in mare e, quando e se gli albanesi fossero comunque arrivati a terra, rimpatrio immediato. Il breve soggiorno doveva anche essere il più scomodo possibile, così da rendere esplicito che altri sbarchi non sarebbero stati ben accetti.

Perciò nessuna copertura umanitaria fu preparata per l’arrivo dei migranti. Non fu allestito nulla. Gli albanesi erano stremati dal viaggio, molti si sentirono male e svennero: le ambulanze cominciarono a fare la spola dalla banchina all’ospedale.

Il trasferimento allo stadio della Vittoria
Apparve subito evidente che il rimpatrio immediato di tutti sarebbe stato impossibile, sia per il numero elevato, sia per la loro volontà di rimanere. Alcuni vennero messi in alberghi, altri in centri di accoglienza, ma ancora troppe persone erano senza sistemazione, finché si decise di trasferirli con degli autobus al vecchio stadio della Vittoria. Alcuni, capendo il loro destino, riuscirono a scappare; i cancelli vennero chiusi per impedire altre fughe: in risposta gli immigrati più violenti presero il controllo dello stadio, impedendo qualsiasi contatto con l’esterno. Prima dell’avvio delle trattative tra dentro e fuori, i viveri venivano lanciati dall’alto di un’autoscala dei vigili del fuoco, come si fa con gli animali feroci.

L’altra faccia dell’Italia: la solidarietà
Completamente diverso fu il comportamento dei cittadini pugliesi, che si mobilitarono da subito per dare soccorso a quelle persone che avevano tanto in comune con loro, preparando pacchi pieni di vestiti e cibo per aiutarli. La stessa solidarietà caratterizzò il sindaco di Bari Enrico Dalfino, che subito dopo averli visti disse alla moglie:

Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza.

Dopo il trasferimento nello stadio chiese la mobilitazione dell’esercito per montare tendopoli, cucine e infermerie da capo, ma nessuno lo ascoltò. Anzi, addirittura il Presidente della Repubblica Cossiga lo definì un “cretino” e pretese delle scuse proprio per il suo comportamento umanitario. Il sindaco riuscì a ottenere solo una piccola tendopoli in uno spazio adiacente allo stadio, dove la sera le mamme albanesi portavano i figli a mangiare e a dormire, per riprenderli la mattina seguente.

Rimpatriati con l’inganno
Nessuno voleva lasciare l’Italia, ma per il governo nessuno poteva rimanere. Agli immigrati rimasti sul molo venne raccontato che i traghetti e gli aerei li avrebbero portati in altre città italiane, come Genova, Venezia e Firenze; invece tornarono in patria. La stessa tattica venne utilizzata per convincere quelli dentro lo stadio: i più tranquilli e le famiglie uscirono e partirono senza creare problemi. Poco meno di tremila rimanevano ancora dentro allo stadio, decisi a non arrendersi.

Le istituzioni cambiarono strategia; il capo della Polizia annunciò che chi avrebbe accettato di tornare in patria avrebbe avuto in regalo un cambio di abiti e 50 mila lire, una somma considerevole in Albania. Quelli che non accettarono, vennero persuasi di aver vinto la battaglia, che sarebbero potuti rimanere in Italia, ma, appena usciti dallo stadio, furono imbarcati su aerei diretti a Tirana.
Finì così il sogno italiano di 20.000 albanesi.

www.ultimavoce.it

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