Perché Flavio Cattaneo sta lasciando Tim

di Luca Zorloni –

Venerdì sarà ancora lui a rispondere alle domande degli analisti sui conti semestrali di Tim. I risultati, d’altronde, dipendono dalla sua linea d’azione. Poi, però, Flavio Cattaneo lascerà la poltrona di amministratore delegato di Telecom Italia a sedici mesi dal suo insediamento. Il manager milanese, già in Terna, Rai e Ntv – Italo, era stato chiamato ai vertici dell’ex monopolista di Stato per rimettere ordine nei conti. L’obiettivo è stato centrato e a fine marzo Tim ha comunicato di aver chiuso il 2016 tornando all’utile: 1,8 miliardi di euro, dopo la perdita di 70 milioni dell’anno precedente. Tuttavia in poco più di tre settimane i risultati centrati non sono stati sufficienti a evitare quella che le note ufficiali di Tim definiscono “separazione consensuale”. Un divorzio che Cattaneo si lascerà alle spalle con una buonuscita stimata da numerose testate italiane intorno ai 30 milioni di euro.

L’addio di Cattaneo è legato a una rottura nei rapporti con il primo azionista di Tim, la francese Vivendi del finanziere bretone Vincent Bolloré con il 23,9% delle quote.

Lo stesso che aveva voluto il manager in sella alla compagnia telefonica lo scorso anno per migliorare i risultati finanziari di Tim. Cattaneo ha ottenuto i risparmi e le efficienze richieste dai francesi e durante un’audizione alla commissioni Trasporti della Camera, lo scorso 28 giugno, ha anticipato che l’azienda “sta crescendo a numeri vertiginosi di clienti finali, vedrete anche i risultati di questo trimestre”.

In quella stessa riunione, però, Cattaneo ha mosso una serie di osservazioni al piano banda ultralarga del governo, tali non solo da irritare il ministro competente, Carlo Calenda, ma da fare anche saltare la mosca al naso ai vertici di Vivendi. Il rally sull’uscita di Cattaneo comincia quel giorno, nonostante per settimane sia lui sia il gruppo di Bolloré si ostinino a smentire le tensioni. Cattaneo arriva a rassicurare che sarebbe rimasto al suo posto fino al 2020.

A fine marzo Tim comunica che non investirà più nei bandi per la banda ultralarga promossi da Infratel, società controllata dal ministero dello Sviluppo economico, dopo averne persi due a favore della neonata Open Fiber, joint venture tra Enel e Cassa depositi e prestiti. Al contrario, Tim investirà da sola persino nelle aree bianche, ossia quelle a fallimento di mercato. Quelle, per intenderci, dove un operatore non ha un ritorno economico dai clienti e perciò viene sovvenzionato dallo Stato. Quando Cattaneo spiega le ragioni di questa scelta in commissione, osserva che non partecipa ai bandi “perché riteniamo che siano costruiti in una certa maniera”. E affonda: “Non è partito un cantiere delle gare Infratel”. Calenda liquida le dichiarazioni come “gravi e inaccettabili”, il manager si scusa e in un’intervista al Sole 24 ore il ministro sopisce la polemica.

Tuttavia gli strali lanciati da Cattaneo rischiano di provocare un’ispezione dell’Unione europea sulle modalità con cui l’Italia sta assegnando i fondi. Bruxelles potrebbe aprire una procedura per aiuti di Stato, visto che le aree a fallimento di mercato stanno ricevendo in contemporanea gli investimenti pubblici, attraverso Open Fiber, e privati, da Tim attraverso la controllata Cassiopea. E questo metterebbe a repentaglio la tenuta del piano banda ultralarga del governo.

In generale, tuttavia, i toni accesi di Cattaneo non sono stati digeriti da Vincent Bolloré. Vivendi avrebbero preferito mantenere un profilo basso, visto che all’inizio di luglio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha aperto un’indagine proprio su Tim per un possibile abuso di posizione dominante nelle gare per la banda ultralarga.

“Tim avrebbe posto in essere una pluralità di condotte volte a perseguire due obiettivi lesivi della concorrenza – scrive l’Antitrust -. Ostacolare lo svolgimento delle procedure di gara indette da Infratel per la copertura con reti ftth delle aree bianche, in modo da preservare la posizione monopolistica” e “ accaparrarsi preventivamente la clientela sul nuovo segmento dei servizi di telecomunicazioni al dettaglio a banda ultralarga, anche con politiche commerciali anticoncorrenziali”.

La stessa Vivendi, inoltre, è sotto la lente dell’Autorità garante delle comunicazioni, che ha dato un ultimatum di dodici mesi ai francesi per “rimuovere la posizione vietata” nelle partecipazioni di maggioranza in Tim e Mediaset, dove la società ha il 28,8% delle quote. Entro l’aprile del 2018 Vivendi dovrà stabilire in quale dei gruppi scendere, per rispettare le prescrizioni dell’Agcom. Proprio Calenda aveva messo sul chi va là i francesi alla fine dello scorso anno, quando avevano iniziato la scalata alla televisione di Cologno Monzese. “Il tentativo, inaspettato, di scalata ostile a uno dei più grandi gruppi media italiani non è il modo più appropriato di procedere per rafforzare la propria presenza in Italia”, le parole del ministro.

Da allora Bollorè sa di essere osservato speciale in Italia. Inimicarsi il governo anche con Tim potrebbe essere la mossa sbagliata. Il finanziere bretone avrebbe già pronto un triumvirato alla guida dalla compagnia telefonica: Amos Genish, direttore convergenza di Vivendi, Giuseppe Recchi, vicepresidente di Tim e Arnaud de Puyfontaine, presidente esecutivo sia dell’ex monopolista di Stato sia dell’azionista d’oltralpe.

[Aggiornamento 23.29: Tim e Cattaneo hanno risolto la conclusione del contratto con una buonuscita di 24 milioni di euro, che però non ha incassato il voto favorevole del collegio dei sindaci. Giovedì 27 sono in agenda riunioni per definire i futuri vertici del gruppo]

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