Tiberina, chiuso centro profughi: “E’ stato modello di accoglienza”

camping_tiberDopo lo smantellamento dell’hub di primissima accoglienza gestito dalla CRI tracciato il bilancio: “Esempio di professionalità, mediazione e solidarietà”.

Ha chiuso i battenti lo scorso 31 maggio, così come previsto e annunciato, il centro di primissima accoglienza per profughi allestito e gestito dalla Croce Rossa Italiana presso il Camping Tiber di via Tiberina nei pressi di Prima Porta.

Una struttura individuata dalla Prefettura attraverso avviso pubblico e originariamente organizzato per gestire l’accoglienza di 90 persone, ha ospitato dal 19 aprile una media di 41 rifugiati al giorno, uomini e donne molto giovani, e in alcuni casi famiglie con bambini in tenerissima età, provenienti principalmente dall’Africa (Somalia, Eritrea, Sudan, Nigeria, Zambia, Guinea, Senegal) e dal lontano Bangladesh.

Cinque in media i giorni passati da ciascuno nell’hub prima di essere trasferiti in un secondo momento nei centri di accoglienza del Lazio.
All’arrivo hanno ricevuto dalla Croce Rossa Italiana un’assistenza medica di primo livello, “fondamentale – hanno spiegato dalla CRI e dal Municipio XV  – per rimettere in piedi chi ha attraversato addirittura per anni il continente africano a piedi, con mezzi di fortuna, giunto in Italia con barconi stracolmi e in alcuni casi subito torture in mare”.

Uno screening sanitario ha permesso di non riscontrare alcuna malattia infettiva, a parte problemi di salute dovuti dall’estenuante viaggio, e la presenza poi di pochissime persone con sospetta scabbia, subito isolate e trattate: “Ciò si scontra con le mendaci notizie di diffuse epidemie, divulgate appositamente per procurare falso allarme tra i cittadini residenti nella zona, che invece – prosegue la nota – hanno dimostrato solidarietà e comprensione e mai manifestato alcuna reazione avversa”.

L’ascolto, il lavoro di mediazione culturale, la distribuzione dei pasti, l’orientamento, l’organizzazione di attività ludiche e l’apprendimento della lingua italiana, possibile grazie al costante e valido supporto dei volontari della CRI, ha permesso loro di superare la fragilità psicologica iniziale e di credere in un futuro, immaginato principalmente in Nord Europa dove risiedono parenti e amici.

“E’ stato un lavoro svolto con professionalità e passione, integrando il volontariato nelle attività quotidiane del Centro a supporto degli operatori e del personale sanitario. Ognuno ha fatto la sua parte dagli operatori, agli ospiti ai turisti del camping per rendere il progetto un modello di accoglienza: gli ospiti stessi sono stati coinvolti nelle attività del Centro, responsabilizzandoli con qualche piccolo compito e nel dare il benvenuto ai nuovi arrivati. Molti dei ragazzi che sono stati smistati negli altri Centri sono andati via commossi e questi ottimi risultati – ha voluto sottolineare Silvia Piscitelli, volontaria e Delegata Provinciale CRI per le attività di inclusione sociale – sono il frutto di un lavoro ben pianificato, focalizzato sulla persona e l’azione umanitaria”.

Soddisfatte della buona prova anche l’Assessore alle Politiche Sociali, Michela Ottavi e la Presidente della Commissione Politiche Sociali, Agnese Rollo: “L’accoglienza non è solo un diritto internazionale, ma un valore che dobbiamo esercitare verso chi scappa da guerre disumane e la riuscita di questa esperienza ci fa ben sperare e credere che un cammino, lungo e complesso, verso un municipio solidale, antirazzista in cui nessuno, a prescindere dal colore della sua pelle si senta escluso o solo, sia realizzabile”

romanord.romatoday.it

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