Crisi idrica, se Roma deve affidarsi alla danza della pioggia

di Simone Cosimi –

L’ordinanza Zingaretti sul lago di Bracciano, fondamentale sotto il profilo ambientale, ha portato allo scoperto le storiche inefficienze dei 5.400 km di rete Acea. Trasformando una bomba ambientale in una catastrofe cittadina.

Passato il weekend con lo spettro del razionamento dell’acqua dietro l’angolo, come nelle zone di guerra, si apre la settimana della trattativa. Lo scenario dell’approvvigionamento idrico di Roma è forse il capolavoro plastico di questi anni balordi della Capitale: una multiutility che stacca dividendi milionari ai suoi soci – su tutti il Comune e Gdf-Suez dopo lo scambio di azioni dello scorso autunno col gruppo Caltagirone – ma che negli anni ha reinvestito pochissimo nella sua rete.

Una rete che adesso perde per strada oltre il 44% dell’acqua con cui abbevera la città dalle sue fonti principali: i tre acquedotti Peschiera-Capore (due che confluiscono in uno solo) e Acqua Marcia. A cui si aggiungono Acquoria, Salone Vergine e Simbrivio. Più i pozzi Finocchio, Torre Angela, Pantano Borghese e Laurentino. Il lago di Bracciano – riserva idrica dal 1990 al centro di una crisi che procede almeno dallo scorso anno – doveva essere la riserva per l’allarme rosso, è diventata una fonte importante (anche se non imprescindibile, stando ai dati percentuali) specialmente negli ultimi mesi (1.

200 metri cubi al giorno).

La questione è forse fra le più complesse sul tavolo. Facciamo ordine. C’è anzitutto di mezzo la politica che s’intreccia con l’ambiente. Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti è stato costretto all’ordinanza con cui ha bloccato i prelievi per rispondere alle legittime preoccupazioni dei comuni del circondario braccianese: da mesi cittadini e amministratori segnalano la tragedia ambientale incombente (anche se di monitoraggi automatizzati non ce ne sono e si va con le aste idrometriche).

Sono saltati fuori sabbioni e perfino residuati bellici, dal bacino a Nord della Capitale, e lo studio di David Rossi dell’Irsa-Cnr mette ogni elemento in chiaro: all’inizio di luglio si era a meno 150 centimetri rispetto allo zero idrometrico. Cioè alla soglia sotto la quale l’ecosistema lacustre, che ha già perso il 13% di fondale, può considerarsi irrimediabilmente compromesso.

La mossa di Zingaretti, certo legata a questi elementi ma anche alle elezioni regionali dell’anno prossimo, ha finito con lo spostare la bomba su Roma. Forse quell’ordinanza si poteva preparare meglio, coordinandosi prima – e non dopo – con l’Acea. Mentre Raggi nicchiava (non fa altro da mesi) confidando in un accordo fra le parti in causa – come se il Comune in questo e negli anni precedenti non abbia incassato i ricchi dividendi senza spingere per un serio ammodernamento della rete – Acea rispondeva in modo catastrofico, minacciando un razionamento per 1,5 milioni di cittadini a turni di otto ore che rimane ancora probabile. In piena estate.

Incredibile, almeno per i profani, di fronte a una fonte che rappresenta solo l’8% di quei 500 milioni di metri cubi di acqua che dissetano Roma ogni anno. Adesso, appunto, tecnici della regione e Acea dovranno capire se dagli acquedotti – pure quelli in crisi – si possa traghettare la situazione almeno per una decina di giorni. Fino all’inizio di agosto quando il fabbisogno in città cala e si spera che il meteo abbia dato una mano. Così stiamo messi:alla danza della pioggia.

Molti altri i pezzi dello scenario: una bolletta che per molti è troppo bassa e per altri, come il Condacons e Cittadinanzattiva, negli anni è cresciuta moltissimo. In particolare, è sbilanciata: dei 300 euro all’anno che paga in media ogni famiglia per l’acqua solo 36 (a testa) vanno alla rete. Secondo altri numeri, il 94% dei profitti viene redistribuito ai soci e non reinvestito. Acea ha speso 500 milioni in questi anni per la rete fognaria e per la transizione digitale. Ma le tubature sono quello che sono: il 60% ha almeno trent’anni, un quarto più di mezzo secolo.

La premessa logica è dunque senza uscita: quasi la metà di ciò che si prende alla fonte non arriva nei rubinetti di Roma. Un’inefficienza cresciuta dalla metà degli anni Novanta, con l’ingresso dei privati nell’azionariato, come segnala ancora Cittadinanzattiva: mentre salivano le bollette (nel 2007 la tariffa media annuale era di 192 euro, fra 2013 e 2015 aumenti dell’11% fino ai 300 euro attuali) peggioravano le prestazioni della rete idrica che serve anche una sessantina di comuni della provincia, già assetati da mesi: la dispersione di acqua nelle tubature di Acea Ato2 era di appena il 25% nel 2007 ed è poi salita al 35% sei anni dopo per toccare appunto il 45%.

Non serve uno scienziato per tirare le fila di una simile vicenda. Ciò che avevamo impedito con il referendum per l’acqua pubblica del 2011 è in realtà avvenuto. Molte multiutility (è anche il caso di Hera, Iren e A2a) si sono privatizzate de facto e negli ultimi vent’anni la gestione è stata pressoché putrescente: alte o basse che fossero le bollette, le si è incassate distribuendo (malissimo) una risorsa pubblica dimenticando manutenzione e ammodernamento (la media della dispersione nazionale è del 39%, non è che altrove il quadro cambi troppo in termini infrastrutturali).

I soci pubblici, formalmente maggioranza, incassavano sereni senza guardare oltre il propri naso. E a nulla valevano, sotto il profilo delle strategie per il futuro, i cambiamenti climatici che ci proponevano estati sempre più siccitose. Fino al punto di precipitare la capitale d’Italia in un tira e molla che gioca sui destini di un lago morente e soprattutto sulla nevrosi di una popolazione che vede trasformarsi ogni “rete” (dei rifiuti, dei trasporti, dell’acqua) in un gomitolo senza speranza.

www.wired.it

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