20 anni senza Giuseppe De Santis, regista di “Caccia tragica”, “Riso amaro” e “Roma ore 11″

risodesantisVent’anni fa, nel maggio 1997, moriva a Roma Giuseppe De Santis.

Nato a Fondi (LT, ma all’epoca CE) nel febbraio 1917 (pertanto nel 2017 il regista viene ricordato non solo in occasione del ventennale della sua morte, ma anche per il centesimo anniversario della sua nascita), laureato in Giurisprudenza, diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, critico della rivista quindicinale “Cinema”, comincia la sua carriera collaborando con Luchino Visconti per la sceneggiatura di Ossessione (1943) di Luchino Visconti e con Roberto Rossellini per Desiderio (1946).

Esordisce alla regia con Caccia tragica (1946), opera che fonde i modi del documentario con quelli del film d’azione, con una certa dose di spettacolare originalità.

Tre anni dopo ottiene un notevole successo con Riso amaro (1949), interpretato da Silvana Mangano, Raf Vallone, Vittorio Gassman e Doris Dowling,  vicenda gangsteristico-melodrammatica con intenti socio-educativi ambientata nelle risaie piemontesi (nel vercellese) e considerata una fra le opere chiave del neorealismo italiano.

Anche nel successivo Non c’è pace tra gli ulivi (1950) l’ambiente contadino appare quasi stilizzato nelle tonalità di un feuilletton, a differenza di quanto avverrà quattro anni dopo con la freschezza che percorrerà l’ambiente agreste di Giorni d’amore (1954).

Il rigore stilistico dell’ottimo Roma ore 11 (1952) rivela un autore singolare, ai confini del neorealismo, a mezza strada fra il dramma e la commedia, fra “radiografia sociale” e bozzetto d’appendice. L’inchiesta giornalistica e la raccolta dei materiali per la realizzazione della sceneggiatura di Roma ore 11 fu affidata all’allora ventitreenne Elio Petri (1929-1982), giornalista de l’”Unità”, futuro cosceneggiatore di tutti i film di Giuseppe De Santis degli anni Cinquanta e regista di pellicole quali L’assassino (1961), I giorni contati (1962), Il maestro di Vigevano (1963), La decima vittima (1965), A ciascuno il suo (1967), tratto dall’omonimo libro di Leonardo Sciascia, Un tranquillo posto di campagna (1969), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), La classe operaia va in paradiso (1971), Todo Modo (1976), anch’esso tratto da Leonardo Sciascia, Le buone notizie (1979).

Paradigmatico dell’ambivalenza dello stile di Giuseppe De Santis è Uomini e lupi (1956, in coregia con Leopoldo Savona), una sorta di “western” ambientato sulle montagne abruzzesi che non rinuncia alla notazione in chiave di critica sociale, ma che alla fine vira ancora una volta nei toni del melodramma.

Fra gli altri film da lui diretti Un marito per Anna Zaccheo (1953), La strada lunga un anno (1958), La garçonnière (1960).

Nel ’53 partecipa alle sceneggiature di Donne proibite di Giuseppe Amato e Riscatto di Marino Girolami.

Una carica di grande passione civile attraversa Italiani brava gente (1964), che porta sullo schermo la tragica epopea dell’esercito italiano in Russia, provocando scandalo con il suo ribaltamento della retorica tardo-patriottica nell’idea di una solidarietà di classe fra le popolazioni in guerra.

All’inizio degli anni Settanta dirige Un apprezzato professionista di sicuro avvenire (1972), suo ultimo film.

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