Amanda Knox, il documentario che smonta un caso nato dagli stereotipi

knoxdi Marina Pierri –

Abbiamo intervistato i registi del documentario Netflix Rod Blackhurst e Brian McGinn, il cui obiettivo era raccontare le meccaniche della costruzione corale di un crimine.

C’era una volta Amanda Knox. Una ragazza americana acqua e sapone, con le iridi azzurri, le forme proporzionate, le labbra carnose, un sorriso spensierato. Negli Stati Uniti – come dice di sé Amanda stessa – veniva considerata carina, ma quando arrivò in Italia per studiare si scoprì bellissima negli occhi degli altri. Era l’autunno 2007. La città era Perugia. Un giorno conobbe un ragazzo che studiava informatica e a cui piacevano i videogiochi: Raffaele Sollecito. Era gentile, mansueto, distante dall’immagine del tipico maschio latino che la chiamava “ehi bambola”; un tipo a posto. Un nerd. Passarono assieme cinque giorni. Dopo di che la tragedia irruppe nella loro relazione appena nata: aveva le sembianze di Meredith Kercher, la coinquilina di Amanda del cui omicidio furono entrambi accusati, e infine assolti.

La conosciamo questa favola nera. È fatta di presagi cupi, colpi di scena mozzafiato, resoconti ambigui. L’abbiamo vista occupare le pagine delle testate per anni, l’abbiamo seguita e ne abbiamo preso parte elargendo opinioni mentre i social network prendevano lentamente piede nella nostra routine.

E oggi il documentario di Netflix semplicemente intitolatoAmanda Knox (disponibile sulla piattaforma dal 30 settembre) la ricostruisce riflettendo sull’enorme potenziale narrativo già insito in una vicenda che è divenuta un caso distorytelling collettivo.

La costruzione (e conseguente percezione) della vicenda Knox-Sollecito, dal punto di vista dei due registi Rod Blackhurst eBrian McGinn, sembra essere basata sui cosiddetti stock character, ossia su una una serie di personaggi tanto archetipici quanto bidimensionali: c’è la pupa, c’è il secchione, c’è l’uomo nero (Patrick Lumumba prima e Rudy Guede dopo), c’è il sangue, la giovinezza spezzata.

C’è un sessismo forte, serpeggiante, che nel 2016 è quanto mai lampante: al centro di ogni cosa, in effetti, si trova una ragazza dall’aspetto angelico che potenzialmente è una dominatrix, una pervertita, una psicopatica. La Foxy Knoxy costruita dai giornalisti e corroborata dalla versione dell’accusa, secondo cui“solo una donna coprirebbe il corpo nudo di un’altra donna dopo averla uccisa”.
Amanda Knox, dunque, non è tanto un documentario sull’omicidio Kercher quanto un film sulla forza tuttora esercitata dagli stereotipi nella nostra percezione della realtà. Ne abbiamo parlato con gli stessi Blackhurst e McGinn.

Stereotipi e sessismo: Sollecito rappresentato come un personaggio di Big Bang Theory e Amanda giudicata e perseguita anche secondo le assunzioni mediatiche di uno stile di vita libertino.

Blackhurst: “Assolutamente, e non solo. In campo ci sono gli stereotipi culturali. La battaglia mediatica è stata anche combattuta tra gli Stati Uniti e l’Italia con tutto quel che ne deriva. L’hai sentita Amanda, all’inizio del documentario: cosa si aspettava di trovare qui? Buon cibo, buon vino, l’amore… Anche lei coltiva i medesimi luoghi comuni perpetrati da chi non è italiano. E Mignini, l’avvocato, sostiene che lei sia allergica all’autorità aggiungendo che questo, magari, è un tipico atteggiamento di chi abita a Seattle. È interessantissimo osservare quanto certi assiomi penetrino dal livello sociale a quello personale“.

McGinn: “Abbiamo cercato di non abbandonare mai, però, unaprospettiva umana. Ci si può mettere nei panni anche dell’accusa, cercare di comprendere perché si è comportata come si è comportata. Insomma, speriamo di aver mostrato anche il crollo di quegli stereotipi, semplice quando si guardano le cose più da vicino; esiste una profonda complessità in ciascuno”.

Sembra che abbiate mostrato le dinamiche di un vero e proprio processo alla strega.

Blackhurst:  “Se ricordi, c’è una parte del documentario in cui Amanda entra in aula e un giornalista commenta: ‘Sembra un po’ più stanca del solito, probabilmente non offrono trucco e parrucco in prigione‘. Dovunque guardavamo scoprivamo altri commenti simili, altre posizioni simili, altri punti di vista simili. E questo ci ha portato a ragionare sulle aspettative di comportamento che nutriamo. ‘Una donna dovrebbe piangere! Dovrebbe soffrire se la sua coinquilina muore!‘ si sente dire all’inizio del documentario, il cui messaggio ultimo spero possa essere l’importanza dell’empatia come antidoto al giudizio e al pregiudizio. Non dovrebbe esserci passaporto, o genere… Ma ovviamente la maniera in cui i media hanno riportato i fatti eraintrisa di discorsi sul genere. Il delitto Kercher è stato descritto spesso come girl on girl crime, ossia come crimine tra ragazze con una forte componente sessuale”.

Avete reso evidente come la narrativa giuridica e quella giornalistica si sono incontrati al centro, partendo da poli opposti e generando il caso così come lo conosciamo. In questo senso Amanda Knox è un metadocumentario il cui oggetto è lo storytelling stesso.

Blackhurst: “Era proprio quella la nostra idea originale, raccontare la potenza di una storia messa in piedi da più angoli, da più persone, ogni giorno”.

McGinn:  “Era semplice, del resto, perché la vicenda Knox aveva tutto, servito su un piatto d’argento. I ruoli, le forme, gli snodi della trama. Il cocktail perfetto”.

Siete preoccupati della ricezione del vostro progetto proprio in Italia?

McGinn: “Sì. Vogliamo che più gente possibile lo guardi, ovviamente, in tutte le parti del mondo, perché la vicenda non è legata alla cittadinanza di nessuno, e abbiamo lavorato all’accessibilità totale del tema. Ma agli italiani, in particolare, teniamo perché non vogliamo che nulla di quanto appare nel film sia considerato una mancanza di rispetto. Non vogliamo passare giudizio sul sistema legale italiano, o sulla gente, specie considerato che non abbiamo avuto altro che esperienze positive lavorando qui, e girando a Perugia. Vorremmo che chi guarda capisse, magari, qualcosa in più sul caso”.

Blackhurst: “Volevamo rappresentare la legge italiana, siamo stati attenti a usare la nomenclatura corretta in ogni momento”.

Qual è il vostro consiglio di visione, dunque?

Blackhurst: “Non ci si dovrebbe aspettare di raggiungere l’ennesimo verdetto finale su colpevolezza o innocenza; il nostro è un lavoro sul confine sottile tra hard news e soft news da un lato…”.

McGinn: “…e dall’altro sulla compassione, e sulla necessità di non giudicare dalle apparenze”.

www.wired.it

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