E se smettessimo di mangiare carne a causa del coronavirus?

di Enrico Pitzianti –

Negli Stati Uniti il patogeno si è diffuso in maniera capillare tra chi lavora negli stabilimenti che macellano la carne, anche per questioni di igiene: difficile dire in che misura, ma la rinuncia alla carne sembra sempre più vicina
Cosa c’entra la pandemia da Covid-19 col mangiare la carne? Più di quanto ci si potrebbe aspettare. Oggi negli Stati Uniti si prevede, per il mese di maggio, un calo sostanziale della produzione: meno 24% di carne prodotta e distribuita rispetto all’anno precedente nello stesso periodo. Il motivo è che il nuovo coronavirus, che al momento vede metà degli infetti proprio negli Usa, si è diffuso in maniera particolarmente capillare proprio tra chi lavora negli stabilimenti industriali che macellano e lavorano la carne.

Quella del 24% di carne in meno sugli scaffali dei punti vendita statunitensi è una stima, ma la percentuale potrebbe salire, fino a rendere la carne difficile da trovare. Gli esempi di impianti chiusi, o che hanno rivisto al ribasso la loro produttività e capacità di rifornimento e smaltimento del prodotto, infatti, stanno crescendo in numero: la catena Tyson Foods (enorme multinazionale della carne al numero 80 della classifica di Forbes delle più grandi aziende statunitensi) ha chiuso un suo stabilimento nello stato dell’Iowa, a Columbus, dopo che sono stati confermati 24 casi di positività al nuovo coronavirus tra i dipendenti. La stessa cosa è successa alla Sanderson Farms Inc. a Moultrie, in Georgia, che alleva polli e ha ridotto da 1,3 milioni a 1 milione le unità prodotte settimanalmente. La lista è lunga, a questo link ce n’è una provvisoria stilata da Reuters, ma potrebbe crescere ancora.

Il Midwest Center for Investigative Reporting scrive nero su bianco che le aziende del settore, negli Stati Uniti, “potrebbero trovarsi a scegliere tra la protezione e la salute dei lavoratori”. Ma come mai il nuovo virus che causa la Covid-19 ha infettato in questa misura i lavoratori dell’industria della carne? Lo stesso studio del Mcir ha fatto notare come, sulla mappa degli Stati Uniti, le zone più colpite dal virus in larga parte coincidono con quelle in cui sono presenti i maggiori impianti di lavorazione della carne: certo, una correlazione può essere causale (il metodo scientifico insegna che correlation is not causation, come si dice in inglese) ma in questo caso i sospetti che questi impianti industriali possano contribuire al diffondersi del virus poggiano su basi solide: al 28 aprile i casi confermati di positività al nuovo coronavirus in aziende che lavorano o distribuiscono la carne sono 4400 in 80 diversi stabilimenti distribuiti in 26 stati. Le morti tra i dipendenti sono almeno 18, per di più avvenute in 9 stabilimenti non direttamente correlati, visto che si trovano in 9 diversi stati. Ma a molti lavoratori di questi stessi impianti non sono ancora stati fatti i tamponi.

La carne, però, non è solo un elemento essenziale dal punto di vista dell’alimentazione e del commercio. Se davvero in maggio scarseggerà nei supermercati il problema sarà anche politico: sarebbe una sconfitta simbolica per Donald Trump e per molti governatori negli Stati Uniti, gli scaffali vuoti ricordano la miseria e la guerra, l’impossibilità di garantire ai cittadini uno status e uno stile di vita a cui sono abituati da decenni. Per questo la politica americana, e soprattutto il presidente in carica, devono fare in modo di scongiurare l’effetto guerra e le sue rappresentazioni più evidenti, perché il prossimo novembre si vota per l’elezione della nuova presidenza. Intanto però, l’effetto guerra è già qui: i morti causati dalla Covid-19 hanno superato la soglia psicologica dei 60mila, duemila in più dei morti della guerra del Vietnam, che furono 58mila.

E gli effetti più politici dell’ormai inevitabile carenza di carne si fanno sentire: come riporta la corrispondente dalla Casa Bianca per Bloomberg, Jennifer Jacobs, Donald Trump ha deciso di imporre che molti degli stabilimenti che processano carne rimangano aperti, e lo ha fatto inserendoli tra le infrastrutture di importanza critica attraverso un Defense Production Act.

Da un punto di vista industriale, il problema, almeno per ora, non sarebbe la carne in sé ma il fatto che per processarla e distribuirla servono degli impianti industriali che oggi bisogna tenere chiusi per fermare la pandemia. Sempre che si voglia contenere il contagio da nuovo coronavirus. Senza questi impianti gli allevatori non possono smaltire il bestiame, che va a inceppare l’allevamento, e gli scaffali dei rivenditori rimangono a secco, anche se non sappiamo ancora precisamente in che misura.

Ma il problema rischia di essere più esteso: come ricordava qui su Wired Cesare Alemanni la pandemia in corso intacca quella delicata catena di servizi, logistica e produzione che in inglese si chiama supply chain. Difficile dire quali siano i punti deboli, oggi, di quella catena che permette a noi consumatori di trovare carne fresca nelle macellerie e nei market, ma quel che è certo è che essendo un equilibrio tra vari settori e mestieri, se la pandemia costringe la chiusura di uno di questi, un anello della catena, il resto rischia di collassare di conseguenza. Lo dicono gli stessi dirigenti Tyson: “La catena potrebbe spezzarsi”.

Ma a monte, il problema degli impianti di allevamento, macellazione e distribuzione della carne rimane aperto: perché il coronavirus ha trovato terreno fertile proprio in impianti industriali di questo tipo? La risposta definitiva arriverà col tempo; quello che già sappiamo, però, è che gli allevamenti hanno grandi problemi di igiene che stanno già da anni causando problemi sanitari. La necessità di contenere le infezioni batteriche obbliga gli allevatori a fare abuso di antibiotici e proprio da qui viene uno dei problemi sanitari più importanti di questi anni, l’antibiotico resistenza, il fatto, cioè, che gli antibiotici fanno sempre meno effetto sia sugli animali che su noi umani. Per avere un’idea delle dimensioni del problema basta pensare che, come riporta l’Agenzia italiana del farmaco, “in Europa si verificano annualmente 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti che causano oltre 37mila decessi e sono responsabili di un significativo assorbimento di risorse (sanitarie e non) che ammontano a circa 1,5 miliardi di euro l’anno”.

Ecco che, se teniamo in considerazione la fotografia generale del rapporto tra consumo e produzione di carne e salute pubblica, allora tutto lascia intendere che sì, dovremo rinunciare alla carne. Difficile, per ora, dire quando e in che misura, ma sembra sempre più chiaro che stiamo soltanto rimandando, collettivamente, una decisione in realtà inevitabile.

www.wired.it

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