Corsa ai test sierologici, ma conviene farli? Ecco i pro e i contro

test_sierologici_optdi Maurizio Bartolini –

Da qualche giorno hanno invaso il mercato italiano con i cittadini che – dove è consentito – bussano ai laboratori privati che a prezzi contenuti offrono esami rapidi.

Mi sono ammalato di Covid? Ho sviluppato gli anticorpi? Sono ancora contagioso? Le domande assillano tanti italiani ora che finito il lockdown uscendo da casa si apprestano a convivere con il virus. Da qui la corsa ai test sierologici che, dopo gli ordini massicci fatti dalle Regioni, da qualche giorno hanno invaso il mercato italiano con i cittadini che – lì dove è consentito (nel Lazio sì in Lombardia no) - bussano ai laboratori privati che anche a prezzi contenuti (30-50 euro) offrono esami rapidi. Anche diverse imprese, per il rientro dei lavoratori, si stanno affidando a questi test per capire quanto il virus si sia diffuso tra i propri dipendenti.

A che cosa servono i test sierologici
Una risposta sicura sulla diagnosi di positività al Covid può arrivare al momento solo dai tamponi, che però sono gestiti solo dalla Sanità pubblica che li destina solo a categorie ben precise (dai sintomatici ai sanitari). Il tampone è un esame di laboratorio che fotografa in quell’istante la presenza del coronavirus all’interno delle mucose respiratorie. I test sierologici servono invece ad individuare tutte quelle persone che sono entrate in contatto con il virus raccontando la storia della malattia attraverso l’individuazione degli anticorpi prodotti dal sistema immunitario in risposta al virus. I test sierologici sono di due tipi: quelli rapidi e quelli quantitativi. I primi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi ; i secondi, dove serve un prelievo, dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti.

In entrambi i casi i test vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte per prime in caso di infezione e con il tempo il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG. Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime vuol dire che l’infezione si è verificata già da diverso tempo e la persona potrebbe avviarsi verso l’immunità al virus. I test con il prelievo del sangue sono considerati più affidabili anche perché valutano la quantità di anticorpi prodotti. Quelli rapidi in diversi casi producono falsi positivi e falsi negativi e quindi sono considerati meno affidabili. Nel complesso non esistono test sierologici che assicurino risultati certi al 100%. L’Oms ne sta valutando addirittura 200 in commercio.

Quando non conviene fare i test sierologici
Se vogliamo sapere se ci siamo conquistati una patente di immunità, cioè scoprire di aver già avuto la malattia e di essere guariti, allora i test sierologici sul mercato non daranno la risposta che si cerca. Neanche se si ricorre ai test quantitativi (quelli con il prelievo del sangue), come quello della Abbott scelto dal Governo per effettuare una indagine nazionale su 150mila italiani: secondo il virologo Francesco Broccolo, dell’Università Bicocca di Milano «il test selezionato dal governo per l’analisi epidemiologica è di fatto un test quantitativo perché permette di seguire i livelli di anticorpi (titolo anticorpale) di un soggetto nel tempo e vedere se il titolo anticorpale si mantiene sufficientemente alto da garantire la protezione nel tempo». Ma come accade per altri virus, da quelli responsabili di morbillo e rosolia al citomegalovirus, si devono prima «stabilire dei livelli di soglia che permettano di evidenziare un soggetto immune da uno non immune. Si dovrà cioè valutare quali sono i livelli di protezione».

Al momento questa cosa non è chiara, cioè non è certo che i test verifichino la presenza di anticorpi neutralizzanti il Covid. Un altro nodo da sciogliere sui test sierologici riguarda il fatto che «durante la prima settimana dal contagio o dall’esordio dei sintomi non ci sono ancora gli anticorpi». Quindi un soggetto potrebbe essere contagiato, ma risultare negativo al test. Infine un terzo nodo riguarda le persone che risulteranno positive ai test sierologici, ma potrebbero essere ancora contagiose perché la presenza delle immunoglobuline G (IgG) indica infatti che c’è stato un contagio almeno 14 giorni prima ma questo non significa che « il soggetto non sia ancora contagioso», avverte il virologo.

Quando conviene fare i test sierologici
Appurato che al momento i test sierologici non possono dare patenti di immunità e fornire diagnosi sostitutive dei tamponi resta il fatto che forniscono comunque una indicazione precisa: ci dicono cioè se siamo venuti o meno in contatto con il Covid attraverso appunto l’individuazione degli anticorpi. Quindi chi ha il sospetto fondato di essere stato vicino a un contagiato o ha avuto i chiari sintomi del Covid attraverso il test sierologico può ricevere una informazione in più.

In pratica non un test diagnostico, ma quantomeno un test orientativo. E qui però entra in campo una seconda parte purtroppo non percorribile in gran parte d’Italia e cioè il fatto che sarebbe auspicabile che sui soggetti risultati positivi ai test seriologici fosse eseguito anche un tampone per confermare l’avvenuta infezione e l’eventuale contagiosità. Questa strada viene seguita purtroppo ancora troppo poco.

A esempio in Veneto, dove chi è sottoposto a un test sierologico, se positivo, accede al tampone o in Toscana dove i test sierologici si fanno anche nelle aziende. È il caso di Prada che ha siglato un accordo con l’ospedale fiorentino di Careggi: se un test effettuato su un dipendente risultasse positivo si procederà a “tamponare” il lavoratore per verificare se è ancora contagioso. Per il resto degli italiani resterà il dubbio in caso di positività al test sierologico . In attesa che finalmente però si diano delle regole chiare per quegli italiani che decideranno di sottoporsi a questi test nei laboratori privati il consiglio, in caso di positività, è quello di informare il proprio medico di famiglia nella speranza di essere segnalati alla Asl per accedere così agli ambiti tamponi.

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