Il Treno d’argento di Rocco Falciano

Il Treno d’argento
Memoriale 1950-1990
L’Italia dei pittori e dei poeti

Avagliano editore – 2007

Pag 138 e seguenti.
[…] Durante la sosta di Fiano Romano alle porte di Roma ci fu una grande accoglienza e una manifestazione a cui parteciparono la popolazione del luogo e tanta altra gente arrivata dai paesi vicini, insieme a molti intellettuali e artisti venuti da Roma a portare la loro testimonianza di solidarietà. Avevamo appena finito il murale in Sicilia e sentivamo la necessità di esprimere pubblicamente la convinzione che anche i pittori dovessero contribuire col proprio lavoro all’azione per la pace. Da allora, incoraggiati dal sindaco e dal segretario della sezione del Partito comunista locale, Stefano Paladini e Giuliano Ferilli, e da tanti altri amici, facemmo alcuni incontri alla Casa del Popolo con braccianti, operai e giovani studenti per conoscere e ripercorrere insieme i fatti della recente storia locale nel più largo orizzonte della storia nazionale. Il paese aveva una tradizione internazionalista venuta dal Nord Europa attraverso i maestri muratori che avevano vissuto e lavorato per lunghi anni in Germania, partecipando all’azione delle organizzazioni anarchiche di Berlino e di altre città. Alcuni di loro già dal primo dopoguerra, quando erano stati espulsi e rimpatriati nel paese di origine, avevano continuato a svolgere la loro attività contro l’orientamento della politica agraria governativa di quegli anni in Italia. Lentamente era maturata l’idea di ricordare con un murale quelle lotte per i diritti civili e umani, collegandole al movimento locale per l’occupazione delle terre dopo la seconda guerra mondiale, e all’azione contemporanea per lo sviluppo, la solidarietà e la pace in Italia e in altre aree del mondo. Le difficoltà economiche in cui nasceva l’iniziativa influirono sull’elaborazione dell’idea che doveva essere facilmente realizzabile e con poca spesa, e prevalse la decisione di dare la massima evidenza all’opera situandola all’esterno, senza poter approfondire i problemi di ambientazione. Entro questi limiti per la prima volta facemmo il tentativo di passare dalla superficie piana, come semplice supporto del murale, a una costruzione plastica minimale distaccata dal muro di sostegno che tendeva a dispiegarsi nello spazio circostante. La decisione di affidarci l’incarico aveva provocato una denuncia alla magistratura da parte dei consiglieri di minoranza nell’intento di ritardare l’inizio dei lavori. Insieme ad alcuni operai volontari curammo la costruzione del supporto in moduli scatolati componibili di cemento armato gettato in cassaforma. C’era bisogno del contributo di molte persone per realizzare il murale e vennero a lavorare con noi Nancy McAdams, Giuseppe Loforese e due giovani studenti, Pio Valeriani e Sergio Coppottelli, che desideravano fare la loro prima esperienza. In un tardo e caldo pomeriggio arrivò Ernesto Treccani da Milano per partecipare alla nostra impresa. Si trovò di fronte al supporto bianco montato all’esterno in una piazza, alto contro il cielo, e preso dell’emozione per quell’effetto inaspettato non seppe resistere, indossò una tuta azzurra sopra i vestiti e volle cominciare subito a lavorare. Mentre lo assistevamo da vicino, nel modo che gli era più congeniale dipinse di getto nella parte alta del murale e nello spazio predisposto, un ricordo dell’occupazione delle terre in Calabria. Ci furono problemi per le denunce anonime e una lettera del Prefetto di Roma al Procuratore della Repubblica che ordinava di sequestrare la delibera del Comune riguardante la realizzazione del murale, già approvata dalla commissione regionale di controllo. Il clamore di questo intervento aveva suscitato una viva reazione popolare e la solidarietà della stampa nazionale. Si vorrebbe evitare la registrazione notarile di questa cronaca minuta, se essa non fosse intimamente intrecciata con l’esperienza del lavoro che si svolgeva tra molte difficoltà, e non valesse a dare l’idea dello scenario politico e sociale in cui ci trovavamo a operare. Quando il lavoro era già avanti venne Carlo Levi. Sopra un’impalcatura, stretto tra amici e giovani del luogo, lavorava di sera illuminato da grandi lampade come un arcangelo dentro un’aureola di luce. Mescolati tra la folla di volti che gremivano la parte destra del murale entro un profilo di bandiera, Levi dipinse i ritratti di due grandi meridionalisti a cui era molto legato, Guido Dorso e Giuseppe Di Vittorio, insieme ai volti scuri e fermi dei contadini lucani tra i quali ritrasse me ed Ettore. Di passaggio da Roma dove aveva tenuto un concerto davanti a un grande pubblico appassionato e partecipe, venne a Fiano accompagnata dal giornalista Furio Colombo la cantante americana Joan Baez che in quegli anni era ancora l’emblema internazionale della lotta non violenta per vedere il nostro murale, accolta e festeggiata con grande entusiasmo dalla folla che si era raccolta nella piazza. La sua figura minuta e nervosa e lo sguardo attento emanavano già a prima vista un fascino speciale. Ferma davanti al murale cercava di riconoscere i volti dei personaggi più noti, poi salì sull’impalcatura per osservare il lavoro da vicino. Raccolta sulle ginocchia tra la gente che le stava intorno parlava con passione e spiegava che nei giorni seguenti avrebbe proseguito il suo tour insieme alla sua assistente e alla presidente di Amnesty International, con la quale era impegnata personalmente nella lotta per la non violenza e per la pace, attraverso l’azione dell’Istitute for the Study of non Violence di Palo Alto in California che lei stessa aveva fondato. Poi incontrò un gruppo di amici che avevano preparato un brindisi in suo onore in una cantina sotterranea e prima di andare via salutò tutti con una delle sue più belle e celebri canzoni, che era anche un canto di fiducia e di speranza per chi visse la straordinaria esperienza di quegli anni:
We shall overcome
We shall overcome
Some day…
(Noi vinceremo,vinceremo un giorno…)
Venne a trovarci anche Enrico Berlinguer. Serio e austero secondo il suo modo abituale, stette a guardare a lungo il murale in un silenzio quasi religioso. Fece soltanto qualche breve domanda con discrezione, ci augurò buon lavoro e andò via accompagnato da un piccolo gruppo di amici.
Per il Festival nazionale dell’Unità a Torino ci era stato richiesto di realizzare un lavoro da montare sul posto all’inizio del viale di entrata, e cogliemmo l’occasione per partecipare al dibattito durante la mostra dei “Cento pittori per il Socialismo”, voluta e ordinata dal critico Mario De Micheli, dove esponevamo anche noi. C’era molto ritardo nei preparativi e nella confusione di quei giorni alcuni cercavano di accapararsi le poche attrezzature disponibili per la costruzione degli stand. Per montare il lavoro già predisposto da Roma avevamo bisogno della scala più alta impegnata per lo stand dell’ Unione Sovietica che aveva la precedenza assoluta. Un’altra scala più piccola era a disposizione degli ungheresi che stavano costruendo lo stand del gulasch, una sorta di casetta rustica di montagna di gusto non eccezionale, ritagliata con una lama da giro in grandi pannelli di legno multistrato molto pesanti. Il coordinatore dello stand sovietico era una specie di architetto che sembrava un sosia di Lenin, o più semplicemente uno stereotipo dell’intellettuale integrato. Calvo, con barbetta e baffi radi, una giacchetta di renna col colletto unto e un mozzicone di sigaro spento tra le labbra. Avevano montato un modellino in scala di una certa navetta spaziale e stavano provando da ore mettendo e togliendo delle quinte scenografiche di materiale pesante e faticoso da maneggiare. In quella situazione un po’ pirandelliana l’attuale segretario dei democratici di sinistra Piero Fassino, allora molto giovane, era contrariato e andava avanti e indietro dallo stand verso il segretario della Federazione chiedendogli, senza esito, di intervenire per mettere fine a quel tira e molla che bloccava molte altre cose da fare. Quando sembrava che il problema fosse risolto l’architetto “Lenin” dopo un rapido colpo d’occhio, con un suono fesso della lingua tra i denti decretava ogni volta: “Bruttissimo, levare”. E i compagni volontari giù a smontare per ricominciare da capo. Alla fine della seconda giornata e dopo le nostre vivaci proteste, l’opera fu finalmente completata e potemmo cominciare a montare il nostro lavoro. […]

Dal Corriere della Sera del 21 gennaio 2012

Rocco Falciano, arte e passione. Pittore e scrittore. Il suo libro «Il treno d’argento» testimonia speranze e illusioni di un artista lucano

Era nato a Potenza nel 1933 Rocco Falciano, artista profondamente coinvolto nel sociale e scrittore appassionato e sensibile. Trasferitosi a Roma negli anni Sessanta, non tarda a stringere un intenso legame d’ amicizia e di collaborazione con lo scultore Marino Mazzacurati e con il pittore Ettore De Conciliis, con il quale fonda il Centro di Arte Pubblica Popolare a Fiano Romano. Il sodalizio, nel 1965, lo condurrà a partecipare alla creazione del «Murale della pace – Bomba atomica e coesistenza pacifica» nella chiesa di San Francesco ad Avellino: un’ opera innovativa, che suscita vivaci polemiche, perché per la prima volta i temi della guerra e della pace sono rappresentati in una chiesa. Di questa esperienza scrive nel libro autobiografico «Il treno d’ argento»: una testimonianza delle speranze, dei problemi e delle illusioni di un artista fortemente impegnato in una regione del Mezzogiorno, la Lucania. A Roma, frequenta artisti e intellettuali come Mario Alicata, Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro, Adriano Olivetti e Carlo Levi, che esercitò su di lui una grande influenza: con quest’ ultimo si incontrava spesso, soprattutto quando questi componeva il grande telero sulla Basilicata destinato all’ esposizione di Italia ’61. Con Levi, Ernesto Treccani, ma soprattutto con De Conciliis realizza opere murali di grande impatto emotivo in diverse città italiane: da ricordare, soprattutto quelli realizzati a Fiano Romano sull’ occupazione delle terre e a Trappeto nel centro studi di Danilo Dolci. Con Dolci, di cui scrive che «parlava come un profeta ma con il rigore del sociologo», partecipa inoltre a dibattiti in cui si mescolano le aspirazioni a un rinnovamento della società e la passione politica. Dopo una permanenza a New York e a Toronto, si conclude l’ esperienza dell’ arte collettiva: abbandonate le illusioni di un’ arte ideologica, Falciano ritorna a una pittura del paesaggio e delle nature morte. Le mostre alle quali partecipa sono innumerevoli, tra queste, quella di pittori lucani alla Fondazione Corrente di Milano, di acquerelli presentata da Giuseppe Appella nel 1999 alla galleria Il Canovaccio a Roma e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma nel 2005. Nel 2011 è uno degli artisti invitati da Vittorio Sgarbi al Padiglione Italia della 54ª Esposizione Internazionale d’ Arte della Biennale di Venezia. La sua scomparsa segna la fine di un’ amicizia che ci ha legati dell’ adolescenza, oltre ad essere una perdita incolmabile per il mondo dell’ arte.

Russo Giovanni

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