Nel Lazio undici buste esplosive neanche il virus ferma Unabomber. Il timore di un lupo solitario

polizia_artifcieridi Giuliano Foschini e Marco Mensurati –

Piccoli indizi, false piste, elementi distribuiti in ordine più confuso che sparso. È una specie di sudoku investigativo quello che da due settimane a questa parte è piombato sulla procura di Roma e sugli esperti antiterrorismo di carabinieri e polizia. Un enigma che – nell’Italia sconvolta dall’emergenza coronavirus – andrà risolto nel minor tempo possibile, prima che qualcuno si faccia del male. Dall’inizio di marzo a ieri sera — quando è arrivata l’ultima a una signora che vive a Fara Sabina — undici buste esplosive (anche se gli artificieri dell’Ucigos preferiscono parlare di buste incendiarie) sono state spedite via posta ad altrettanti indirizzi, tutti nel Lazio, causando il ferite lievi a tre persone. Ma l’entità dei danni non deve ingannare, perché l’impressione è che dietro questa faccenda ci sia qualcuno con le idee molto chiare.

Le buste
L’indagine dell’Antiterrorismo parte inevitabilmente dalle buste inviate. E in particolare da quelle inesplose. Si tratta delle classiche buste gialle, di carta, per documenti formato A3.

La prima cosa che ha colpito gli inquirenti è la qualità della loro fattura e anche il fatto che fossero ossessivamente identiche tra di loro: mittente (ovviamente falso) in alto a sinistra, destinatario in basso a destra (e questo potrebbe alludere a un movente politico). In alto a destra una fila di tre francobolli. Dentro, una scatoletta di compensato con all’interno una quantità minima di polvere pirica, di quella facilmente reperibile in ogni emporio («basta svuotare un raudo») e una batteria per l’innesco.

Non potevano in alcun modo ferire, tantomeno uccidere. Al massimo provocare un’ustione alle dita. Di più. «Se vuoi fare male a qualcuno — ragiona un investigatore — non fai due pacchetti. L’ordigno deve immediatamente esplodere».

“Unabomber”
«Tanta ossessiva precisione a fronte di un così basso potenziale offensivo — spiegano gli investigatori — fa pensare a un’unica mano. Il che lascia aperte due ipotesi: la prima è che si tratti un gruppo che si avvale di un solo artificiere, la seconda è che ad agire sia un solitario, qualcuno che ha in mente una sua strategia, sua, tutta ancora da capire. Magari sta solo facendo delle prove…». Un emulo di Unabomber, ed è questa l’ipotesi che più spaventa. Perché, come insegna la storia, la caccia a un singolo lupo solitario, tormentato da chissà quale frustrazione o movente, è sicuramente più complessa di quella a un gruppo. In un primo momento, in verità, gli inquirenti si erano orientati verso la classica “pista anarchica” che però ora dopo ora convince sempre di meno.

Gli indirizzi
L’ipotesi di un singolo è invece compatibile anche con un’altra certezza, tra le poche ad oggi in mano agli investigatori. Le buste hanno viaggiato per pochi chilometri e non in aereo. Sono state tutte imbucate nel Lazio. La posta aerea viene infatti “radiogenata”, cioè passata ai raggi X. E un simile controllo avrebbe fermato quei pacchi molto prima del loro arrivo. Che si tratti di una storia molto laziale è confermato anche dai destinatari scelti.

L’ultima è stata recapitata 24 ore fa (ma soltanto ieri sera si è avuta la certezza che si trattasse di Unabomber) all’indirizzo di una signora a Fara Sabina. Nei giorni precedenti, erano state inviate (e consegnate oppure intercettate nei centri di smistamento delle Poste) nelle provincie di Rieti, Viterbo e Roma.

La pista militare
A colpire sin dall’inizio gli investigatori è stata la grande eterogeneità dei destinatari. Come detto, al principio, la più plausibile sembrava la pista anarchica, visto che tra i destinatari figuravano l’ex avvocato di Priebke e un fuoriuscito di Casa Pound, due vittime perfette. Tutte le ultime indagini sui pacchi bomba, per altro, avevano portato ad ambienti anarchici.

Poi sono arrivati gli altri destinatari. Un indirizzo dell’Inail e infine, certamente più interessanti, due ordigni indirizzati a un ex dipendente dell’Università del Sacro Cuore (che però è stata intercettata al centro di smistamento di Fiumicino, dove ha ferito un’impiegata) e a un’ex docente di biochimica dell’Università di Tor Vergata. «Entrambi i destinatari avevano rapporti, seppure mediati, con ambienti militari», spiegano gli investigatori.

Tor Vergata coopera con l’Aeronautica Militare; il Sacro Cuore con il Corpo d’armata di reazione rapida in Italia. Infine una busta arrivata invece a un pasticciere, con due fratelli militari. «L’indagine — confida un investigatore — è complicata. Ma, a ben guardare, sparsi sulle nostre scrivanie ci sono piccoli indizi sparsi. L’impressione è che dobbiamo solo cercare di mettere insieme i pezzi, e presto avremo la soluzione ».

roma.repubblica.it

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