Amazon, la sicurezza non è un clic

amazon14di Patrizia Pallara –

Dopo un caso infetto da Coronavirus, i lavoratori hanno chiesto maggiori controlli e tutele. L’azienda di e-commerce ha dato disponibilità, ma solo a parole.

I lavoratori minacciano lo sciopero e l’azienda corre ai ripari. Succede in Amazon, dove due giorni fa alle rassicurazioni dell’azienda, all’esposizione delle regole di contrasto del contagio da coronavirus in tutti i locali, alle dichiarazioni di rispetto delle nuove normative non erano seguiti provvedimenti concreti per garantire la sicurezza della salute dei dipendenti negli stabilimenti. E dopo la proclamazione dello stato di agitazione da parte di Filt e Nidil Cgil, il colosso dell’e-commerce ha cambiato atteggiamento.

Il virus a Torrazza Piemonte. Ma facciamo un passo indietro. Tutto inizia da Torrazza Piemonte, Torino: nella notte tra lunedì e martedì si scopre che una lavoratrice è positiva al Covid-19. Scattano le comunicazioni di rito da parte della Asl e insieme ad esse l’allarme tra i colleghi. Amazon rassicura: sono state adottate tutte le misure previste all’interno dello stabilimento, dove lavorano circa mille persone, sono stati seguiti i protocolli, e disposta la quarantena per quanti hanno avuto contatti per almeno 15 minuti continuativi con la dipendente risultata positiva. “Peccato che non sia andata esattamente così – ci racconta Alberto F., lavoratore Amazon di Torrazza Piemonte –. Non è stata fatta una vera indagine per capire chi era stato a contatto con la persona contagiata. Hanno messo in quarantena alcuni colleghi senza che sia stato seguito un vero criterio. Non solo, l’azienda ha detto che ha messo a disposizione salviette disinfettanti per sanificare le postazioni, ma non era vero”.

Mensa, spogliatoi, postazioni. Poi c’è il problema degli spogliatoi e della mensa, locali comuni, frequentati da tutti i dipendenti, con momenti di grande affollamento e aggregazione. Inoltre, i briefing a inizio turno e dopo la pausa: dai 5 ai 10 minuti ammassati in 50 o 60 persone in un’area al chiuso. Infine, le postazioni: “Non basta appendere volantini dove c’è scritto di mantenere la distanza di almeno un metro – aggiunge Alberto – se poi l’azienda non riorganizza il processo in modo da rispettare la regola di scurezza”. Stesse criticità nello stabilimento di Passo Corese, rispetto al distanziamento delle postazioni di alcuni reparti, alla mancata dotazione di tutto il personale, sia diretto che in somministrazione, di dispositivi di protezione individuale per la normale attività e per l’uso dei luoghi comuni, come mensa, spogliatoi e bagni.

Scattano le misure di sicurezza. Qui e a Torrazza Piemonte Filt e Nidil Cgil proclamano lo stato di agitazione. Tempo 24 ore e l’azienda prende atto della situazione e prende provvedimenti reali e non solo sulla carta. “Hanno iniziato a fare modifiche sulle postazioni operative sulla linea produttiva, tali da consentire la distanza effettiva tra i lavoratori – riferisce Alessandro Peschi, Rsa del reparto robotico dello stabilimento di Passo Corese (Rieti) – Ci sono prodotti per igienizzare le postazioni, per evitare gli assembramenti i briefing sono stati suddivisi in più aree. In mensa hanno disposto tavoli e sedie in modo che ci si possa sedere rispettando le distanze e davanti ai distributori di bevande strisce colorate messe per terra delimitano le aree. La situazione adesso si è tranquillizzata, anche se ancora manca la dotazione delle mascherine, che abbiamo chiesto. Continueremo a monitorare che cosa accede nel nostro come negli altri stabilimenti”.

A lavoro anche con la febbre. Alessandro ci spiega poi che a Passo Corese in Amazon sono impiegati circa 1200-1300 dipendenti fissi con contratto a tempo indeterminato, a cui si sommano gli operatori inseriti in particolari periodi, a Natale o per il Black Friday: “In questo momento così delicato sono entrati 180 nuovi lavoratori, soprattutto interinali che pur di vedere rinnovato il contratto non dichiarano problemi di salute, magari vengono a lavorare anche con la febbre. Questo mette a rischio tutti. Noi vorremmo che lo Stato ci proteggesse, dovrebbero rimanere attive solo le aziende che producono cose essenziali, di stretta necessità. E invece su Amazon la maggior parte dei clienti compra oggetti che non sono indispensabili”.

www.rassegna.it

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