Potere al Popolo è un’occasione e non va persa

Potere-al-Popolo-Accetta-la-sfidadi Ramon Mantovani –

Da molti anni il Prc persegue l’obiettivo di unire la sinistra antagonista sia per partecipare ad elezioni sempre più escludenti l’idea stessa di rappresentanza sociale, sia per dare vita ad una aggregazione permanente capace di promuovere, estendere ed unificare il conflitto sociale.

Questo obiettivo nasce da un’analisi della realtà italiana ed europea che, nello specifico, prende atto di un cambiamento di fase provocato da una crisi di tale portata che ha investito la società, le culture politiche decennali della fase precedente, il rapporto delle istituzioni con cittadini sempre più isolati e percossi dagli effetti della crisi e la stessa idea di politica.

Mai, in nessun passaggio che è sempre stato accompagnato da lunghe discussioni sottoposte al vaglio democratico, l’obiettivo dell’unità della sinistra antagonista è stato dal PRC avanzato e perseguito come espediente per riconquistare uno straccio di rappresentanza priva di prospettiva strategica. Sempre abbiamo posto con estrema chiarezza le discriminanti che evitassero di ripercorrere le esperienze del cosiddetto centrosinistra e sempre abbiamo tentato di far valere l’idea che l’unità dovesse raccogliere e mobilitare le decine di migliaia e più di donne ed uomini impegnati in mille esperienze di lotta e prive di organizzazione. Per questo, ogni volta che si è presentata l’occasione e la necessità impellente, insieme all’obiettivo dell’unità in un soggetto politico, abbiamo chiarito senza equivoci di alcun tipo che il PRC non si sarebbe mai sciolto né avrebbe mai rinunciato alla propria identità e cultura politica.

Tuttavia non si può dire che i risultati siano stati soddisfacenti.

Nel campo, disperso e diviso, della sinistra antagonista, sono sempre convissute tendenze diverse e contrapposte, sia nelle organizzazioni e partiti (per altro in gran parte nati da scissioni di rifondazione comunista) sia fra le ed i militanti ed attivisti sociali senza partito.

Da una parte l’istinto a costruire unità senza la discriminante alternativa al PD e al Partito socialista europeo, nella speranza di accumulare sufficiente forza elettorale per conquistare rappresentanza istituzionale e nell’illusione di sfuggire allo stigma dell’inutilità e alla condizione della invisibilità nel sistema della politica spettacolo.

Dall’altra il settarismo e l’estremismo tanto parolai quanto impotenti con l’illusione che l’identità comunista riprodotta nella scheda elettorale e/o la semplice denuncia delle colpe del PD e del sistema potrebbero nel tempo far rimontare la china nei risultati elettorali.

Fra questi due estremi un ventaglio di posizioni intermedie dedite ad una costante e confusa polemica, per non dire rissa, inconcludente e soprattutto deprimente il desiderio di impegno e partecipazione di militanti stanchi di guerre intestine e di divisioni incomprensibili.

Il problema è, a mio avviso, che manca la consapevolezza della portata e delle implicazioni della sconfitta storica del movimento operaio e soprattutto dell’egemonia del pensiero unico.

Nello specifico in Italia le elezioni, siano esse locali nazionali o europee, sono un terreno nemico. Non un terreno neutro e praticabile da tutte le forze con pari possibilità di successo. Non solo per i mass media, che sono in grandissima parte nemici giurati della democrazia rappresentativa, ma preminentemente per la stessa degenerazione delle istituzioni e del concetto vigente di politica. E cioè per la regressione ad una democrazia liberale prefascista fondata sul presidenzialismo estremo (elezioni comunali e regionali) e sul governo fine a se stesso (governabilità) con parlamento umiliato e reso subalterno ai mercati nelle elezioni nazionali.

Noi diciamo “politica” e pensiamo alle lotte, alle rivendicazioni sociali, alla resistenza contro la cancellazione dei diritti sociali e politici conquistati nel passato, all’impegno disinteressato motivato da ideali e dall’obiettivo del cambiamento profondo del modello sociale, culturale, istituzionale e politico. Ma la stragrande maggioranza della popolazione, ridotta a massa di individui alienati ed inconsapevoli delle cause strutturali della crisi e del peggioramento delle condizioni di vita e lavoro, sente la parola “politica” e pensa ai leader, alle dietrologie, alle miserevoli tattiche prive di ideali e strategie, all’incessante rumore di slogan roboanti e ai volgari insulti e accuse che viaggiano sui cosiddetti social network, ai battibecchi dei talk show. E così via.

Noi diciamo “partito” e pensiamo (o dovremmo pensare) ad un collettivo coeso, composto da uomini e donne liberi, e solidali fra di loro, capaci di studiare, discutere e capire la realtà per trasformarla con l’azione sociale, con la battaglia culturale contro l’egemonia del nemico. Andando controcorrente e sapendo di andare controcorrente.

La stragrande maggioranza della popolazione sente la parola “partito” e pensa ai seguaci di un leader carismatico, ad un gruppo di persone in carriera, a combriccole corrotte e privilegiate, a gruppi e gruppetti disposti a scannarsi per un posticino in un consiglio comunale o di quartiere, a voltagabbane e ad imbroglioni di ogni sorta.

Non vedere tutto questo, e non capire che è l’effetto, e non la causa, della controrivoluzione vittoriosa del capitale degli ultimi 30 40 anni, porta inevitabilmente a considerare le elezioni come un terreno principale sul quale investire per passare alla riscossa, vuoi comportandosi come nella fase precedente della democrazia repubblicana parlamentare quando rappresentanza e legge proporzionale assicuravano incisività nel trasformare la forza delle lotte in conquiste di legge, vuoi scimmiottando la cosiddetta nuova politica nell’illusione che un leader o slogan semplificati e urlati possano aprire spazi elettorali potenzialmente sconfinati.

Le elezioni non sono più il culmine di un lavoro politico sociale e conflittuale, le lotte, nel quale si costruisce coscienza di classe e si tessono complicità ed alleanze fra diverse componenti sociali, in modo da far pesare nelle istituzioni le rivendicazioni e il conflitto stesso. Le elezioni sono un terreno da utilizzare con la consapevolezza che sono meramente un aspetto tattico della lotta. Una tribuna da usare senza l’illusione che siano decisive.

Per questo da anni andiamo dicendo, ma scarsamente praticando, che lotte, mutualismo, autorganizzazione, solidarietà di classe e di popolo, battaglia culturale, sono il principale, di gran lunga principale, compito del partito comunista. E che per le elezioni dobbiamo costruire liste e possibilmente una organizzazione unitaria, democratica e permanente. Democratica perché funzionante con il principio di una testa un voto, e permanente perché capace di elaborare un programma di fase unificante le lotte disperse.

Se le tendenze moderate e settarie esistono in Rifondazione non ci si può meravigliare o gridare allo scandalo se esistono ed esisteranno per lungo tempo anche in qualsiasi aggregazione episodica o permanente.

Le divergenze e le divisioni nel seno della sinistra antagonista sono anch’esse un effetto della sconfitta, non il contrario. Se si combatte unitariamente per pochi e chiari obiettivi condivisi e si ottengono anche minimi successi, parlo delle lotte sociali e dell’autorganizzazione, le divisioni si chiariranno e si supereranno. Se, invece, si passerà il tempo ad esacerbare le divisioni e a competere fra gruppi e persone presuntuosamente convinte di possedere il filtro magico che ci darà la riscossa, allora la sconfitta sarà più grave e più difficile da rimontare.

Potere al Popolo è un’aggregazione minima ed insufficiente per il colossale compito che ha una sinistra dispersa e sconfitta. È insufficiente come movimento politico che sia in grado di svolgere un lavoro sociale nei territori e di condurre grandi campagne politiche nel paese. Lo è dal punto di vista elettorale perché sarebbe veramente minoritario e perfino ingenuo pensare che possa semplicemente crescere su se stesso senza puntare decisamente ad allargare ad altre decine di organizzazioni politiche, culturali, sociali e ad una gran massa di compagne e compagni che oggi sono dispersi e profondamente delusi dalle innumerevoli divisioni che si sono prodotte in questi anni. Ma è un segnale di controtendenza. Un’occasione da non sprecare. Se Potere al Popolo imboccasse una strada settaria e parolaia ovviamente fallirebbe, ma con questo fallimento sarebbe impossibile pensare ad un allargamento di liste, a cominciare dalle prossime europee, e ad un polo che cominci ad aggregare davvero tutto quanto è potenzialmente unibile intorno a pratiche e ad programma antagonista.

Aderire individualmente a Potere al Popolo per evitare che i “vertici” di organizzazioni (a volte micro organizzazioni composte al massimo da poche centinaia di persone) possano porre veti e competere fra di loro a suon di scorrettezze nell’illusione di egemonizzare il tutto provocando così solo nuove divisioni, non è una abdicazione. È il minimo indispensabile affinché decine di migliaia di compagne e compagni che per i più svariati motivi (a volte più che comprensibili) non hanno tessere di partito possano sentirsi ed essere protagonisti dell’unità. È cioè tentare di realizzare un obiettivo del PRC.

E non è una cessione di sovranità. Perché niente né nessuno potrà mai impedire al PRC di dichiarare fallita un’esperienza unitaria né tantomeno di accettare decisioni che non condivide, a cominciare da quella di trasformare PaP in un partito nel quale il PRC debba sciogliersi.

Ci sono molti partiti comunisti nel mondo che non si presentano direttamente alle elezioni e che partecipano a coalizioni o a movimenti politici ai quali bisogna aderire individualmente e che funzionano sulla base del principio una testa un voto. Nessuno di loro ha mai abdicato o ceduto sovranità. Né avuto paura di essere egemonizzati da progetti incompatibili con quelli del proprio partito. Perfino nei casi nei quali il partito comunista non è la forza maggiore partecipante.

Perché dovremmo avere noi remore e timori infondati?

Non aderire a Potere al Popolo e non partecipare alle decisioni collettive in ragione dell’esistenza di progetti diversi dal nostro ed anche di piccole scorrettezze e prepotenze di altri è, questo si, una abdicazione ai nostri compiti ed una cessione di sovranità.

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