Amazon, viaggio tra uomini, pacchi e scaffali robot nel centro di Passo Corese

amazon_116di Simone Cosimi –

Abbiamo visitato il nuovo impianto alle porte di Roma, l’avanguardia di Jeff Bezos dove sfrecciano i robot magazzinieri ma il ruolo degli operatori in carne e ossa rimane essenziale.

La prima cosa che ti colpisce appena entri nel pachidermico centro di distribuzione Amazon a Passo Corese, frazione di Fara Sabina solo formalmente in provincia di Rieti visto che il casello di Fiano Romano è a un passo, è l’ordine. “Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa”, mi accoglie Gualtiero Bestetti, responsabile Sud Europa per il settore ingegneria e manutenzione di questi colossali hub che smerciano prodotti ai quattro angoli dei Paesi che servono (e non solo, visto che possono spedire in tutto il mondo). Tornelli blu da stadio all’ingresso, identificazione con badge rosso – quello dei visitatori, ovunque e sempre accompagnati – istruzioni per l’emergenza e pettorina catarifrangente gialla. Pochi minuti e si parte col giro che durerà un’ora abbondante.

Vale però la pena tornare indietro di qualche minuto. FCO1 – questo il nome in codice del centro di Passo Corese, come tutti prende il nome dall’aeroporto più vicino, cioè Roma Fiumicino – lo intravedi già dalla bretella che unisce l’autostrada alla Salaria.

Dalla capitale dista meno di mezz’ora. Nasce in una zona che non è industriale ma non è neanche del tutto campagna: una (bella) terra di mezzo dove si fa un olio piccante fra i migliori d’Italia che Amazon ha rinverdito piantumando 600 fra (appunto) ulivi e alberi di Giuda (ancora piccini, devono crescere).

Di posti come questi in Italia ce ne sono tre. Il primo e più noto, anche per le numerose contestazioni sindacali dei mesi scorsi in parte placate con un nuovo accordo sulla turnazione, è a Castel San Giovanni, vicino Piacenza. Aprì nel 2011 in una versione più piccola. Poi Vercelli e appunto Passo Corese, inaugurati quasi in contemporanea lo scorso settembre. Con me ci sono anche dipendenti Amazon che non l’hanno mai visto in funzione.

Le dimensioni sono impressionanti: 65mila metri quadrati, 12 campi da pallone, 150 milioni di euro dalla progettazione all’apertura, escluso cioè il costo vivo per i dipendenti e tutto il resto. Ci lavorano in 400 a tempo indeterminato, nelle intenzioni del colosso saliranno a 1.200 entro tre anni. Una boccata d’aria per il territorio. Spesso, però, sono di più: nei momenti di picco – leggi Black Friday, Natale etc. – Amazon fa ampio ricorso a stagionali a tempo determinato. Con i quali, però, spesso inizia un percorso che li porterà a rimanere nel giro per le successive assunzioni. A volte, come ha appena certificato un’indagine dell’Ispettorato nazionale del lavoro, ne abusa: fra luglio e dicembre scorsi, dice l’accertamento notificato sabato scorso all’azienda, ha utilizzato 1.308 somministrazioni contro un massimo di 444 posti di quel genere previsti dalle soglie del contratto nazionale di settore (28%). Per questo quei 1.308 potranno ora chiedere di essere assunti a tempo indeterminato.

In Amazon si comincia dai livelli più bassi di un contratto nazionale della logistica incassando circa 1.450 euro lordi al mese. Ovviamente nella sede reatina non c’è solo chi sballa i pacchi, riempie i “tote” (poi vi spiego cosa sono), li svuota, farcisce i “pod” (idem), li risvuota e impacchetta. Ci sono tecnici IT, risorse umane, manager per la formazione, coordinatori di sicurezza.

I punti che spesso non escono, quando si legge di questo universo Amazon in Italia, sono due. Primo: nessuno di quei tre centri è uguale all’altro. Dimenticate il labirinto di scaffali che tipicamente viene rispolverato quando si parla di questi posti. Passo Corese è l’avanguardia di Jeff Bezos: la fase di stoccaggio è infatti parzialmente automatizzata grazie ai robottini che nel 2012 Seattle comprò da Kiva. Spostano queste scaffalature morbide (i “pod”, ecco cosa sono), ciascuna dotata di loculi di varia dimensione: in fase di “stow” gli operatori ci infilano gli oggetti secondo una logica da caos organizzato. Cioè a caso ma non troppo. Per esempio, mai oggetti simili in loculi vicini: chi preleva potrebbe sbagliarsi e spedirti, che so, un rasoio Bic invece di uno Wilkinson. In fase di prelievo estraggono ciò che serve per riempire un “tote” (un contenitore nero, vero snodo dell’intero impianto, sfrecciano in continuazione sui nastri trasportatori) in cui finiscono oggetti destinati a più ordini. Ah, tutto è continuamente scansionato: l’oggetto, il contenitore, il loculo in cui viene depositato. Così il sistema sa sempre, con certezza, in quale ripiano è stato infilato il libro tal dei tali.

Questi silenziosi scaffali robotizzati (con cui empatizzo dopo cinque minuti) si muovono all’interno di una sorta di recinto e seguono tracce digitali (QR Code) sul pavimento. Si “propongono” all’operatore quando sono più liberi, piazzandosi di fronte a una postazione di stoccaggio, e una volta caricati si parcheggiano da soli. Se sono a secco di batteria, si ricaricano in autonomia. Come capirà chi segue questi temi, non c’entra molto con Castel San Giovanni e neanche con Vercelli, dove l’organizzazione è invece “verticale”, secondo la classica logica del “pallet rack”. Cioè con operatori che guidano delle specie di muletti elevatori e vanno a recuperare gli oggetti voluminosi (che a Passo Corese non ci sono, si gestiscono solo i cosiddetti “sortable”) infilandoli in grossi cassoni che poi riportano a terra. Come dire, quando si parla dei “centri Amazon” bisognerebbe sapere anzitutto questo: non sono tutti uguali.

Quello è il cuore di FCO1: la fase di “inbound” – cioè di ricezione, valutazione e smistamento delle merci in arrivo – e “outbound” – cioè di impacchettamento, etichettatura e spedizione – sono interessanti ma certo meno affascinanti. Il secondo punto, infatti, è proprio questo: l’organizzazione del centro è tanto precisa e robotizzata quanto, in fondo, banale. Più che la fantascienza, dentro il centro di Passo Corese c’è la paranoia. E il contributo degli esseri umani in carne ed ossa – sorpresa! – non è affatto secondario: prima di arrivare a casa tua un oggetto passa per quattro paia di mani diverse.

Il primo paio: chi lo toglie dal pacco, lo scansiona e lo infila in un “tote” che lo traghetta dai robottini-scaffali. Il secondo: chi lo pesca dal piccolo contenitore nero e lo piazza fisicamente nei “pod”. Il terzo: chi lo preleva dagli scaffali mobili per infilarlo in un altro “tote” (ogni contenitore ha un codice a barre e sa sempre cosa c’è dentro quando porta e quando ritira). Infine l’impacchettamento guidato, che suggerisce al dipendente perfino che tipo di scatola usare. L’ultimo passaggio è invece automatizzato: una macchina fa gli estremi controlli fra codice della scatola, del prodotto e del destinatario (pesa perfino il pacco per capire se il contenuto collimi con quel parametro) stampa l’etichetta con l’indirizzo e smista al camion giusto, a seconda della modalità di spedizione. A proposito, se sei Prime non hai un camion a parte: semplicemente, il tuo ordine viene processato prima rispetto agli altri.

Tutto molto bello ma, come si capisce, la partita – pure lineare in tutte le altre fasi – si gioca al primo e al secondo piano dell’impianto dove i robottini – che pesano 145 chili e possono sollevarne fino a 340 sfrecciando a 5,5 km/h – ribaltano il concetto del magazzino fordista: non è l’uomo che va all’oggetto ma l’oggetto – traghettato dallo scaffale – che va all’uomo. Così, tutto il processo del centro procede in modo non allucinante ma implacabile: “L’elemento centrale è la costanza – spiega Bestetti cercando di rassicurare sulle condizioni di lavoro – nessuno va nel panico se ci sono dei problemi ed esistono numerose procedure secondarie per ogni evenienza, per esempio se un prodotto in entrata è rovinato o non se ne legge il codice a barre”.

In effetti più che la velocità – qui il problema del famigerato “passo Amazon” di Piacenza, come si sarà capito, non esiste – quel che conta è il ritmo. È vero: può non essere il massimo sballare pacchi per turni di 4 ore (durano 8 ore ma a metà, dopo mezz’ora di pausa, si cambia mansione) o impacchettare oggetti. Ma l’ansia che può prenderti non è tanto nell’immediato – ovviamente ci si può fermare se se ne ha necessità così come consultare team lead e area manager per qualsiasi problema – ma considerare che, comunque, alla fine la valutazione sarà quantitativa. Insomma, che quel ritmo dev’essere rispettato. “Ci mettiamo sempre dalla parte del cliente” conferma il manager. A proposito di turni: anche Amazon “chiude”. Almeno qualche ora: si lavora su tre dal lunedì al venerdì e la domenica (6-14; 14,30-22,30; 22,30-6) ma solo su uno centrale il sabato.

L’arcipelago Amazon non si ferma a Castel San Giovanni, Vercelli e Passo Corese. In Italia conta undici depositi di stoccaggio che fanno un po’ da camere di compensazione fra i centri di distribuzione e gli acquirenti (le definisco i “sifoni” della rete e l’ingegnere esulta per il paragone idraulico) da Buccinasco a Calenzano passando per Pomezia, un centro Prime Now a Milano, un customer service a Cagliari, un nuovo centro di smistamento che aprirà quest’anno a casirate (Bg), una sede di ricerca e sviluppo a Torino, il quartier generale milanese.

Bilancio: 3.500 dipendenti a tempo indeterminato, 800 milioni di euro investiti nel nostro Paese dal 2010, una rete di 32mila aziende e professionisti che vendono tramite Marketplace o le altre piattaforme, 10mila posti d’indotto dai venditori terzi che hanno piazzato nel 2017 oltre 350 milioni di esportazioni. C’è anche l’altro lato della bilancia, certo. Quanto, cioè, la presenza di Amazon abbia ridotto o sottodimensionato sia piattaforme più piccole che gli esercizi fisici. Quella è materia da esperti di lavoro, analisti, economisti. Certo le infinite categorie di prodotto disponibili e lo standard del servizio – esempio: qui i resi si contano quotidianamente in termini assoluti, non percentuali, della serie, “oggi sono rientrati cinque pacchi” – fanno di Amazon quasi un partner obbligato. E a volte fatale.

Eppure tutto passa in fondo da quei tre snodi: posti meno affascinanti di quanto si può immaginare dove, nella massima semplicità, sono stati ripensati, a tratti in modo geniale, tre rapporti: quello fra uomo e spazio in cui opera, quello fra uomo e oggetti e quello fra uomo e macchina. Certo, l’allerta deve rimanere alta, perché l’innovazione ribalta continuamente lo status quo e non è detto che un domani alcune di quelle fasi oggi in mano agli operatori non possano essere svolte da un qualche robot. Né che quegli operatori non siano in qualche modo spinti ad assomigliare ai robot, almeno per alcune loro mansioni. Ma per ora le polemiche sui braccialetti mortificano solo chi le muove e sprecano cartucce per il futuro.

L’impressione – almeno a Passo Corese – è che in fondo non si voglia andare in quella direzione perché la valutazione sulla qualità passa ancora da mani, occhi e sensibilità di un addetto. Pur nei pochi – spesso pochissimi – istanti che può riservare a una specifica azione.

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